I primi passi della Associazione Civilisti Italiani
di Giovanni Iudica
1.- Alcuni tra i vincitori del concorso a cattedra bandito nel 1979, e concluso l'anno dopo, cominciarono a riunirsi, per iniziativa del compianto Cosimo Mazzoni, con una certa periodicità, al caffè Florian di piazza San Marco, a Venezia. Paolo Zatti, Paolo Cendon, Guido Alpa, Enzo Roppo, Enrico Quadri, Umberto Breccia, Enrico Moscati e il sottoscritto, tanto per ricordare i più assidui, cominciarono gradualmente ad avvertire che il loro rapporto di colleganza universitaria stava assumendo le sembianze e la sostanza di una vera e propria amicizia. Era nato quello che Cosimo chiamò il "Circolo di Venezia". Dopo diversi mesi di pomeriggi o di intere giornate trascorse a discutere, a ragionare, a immaginare, a proporre, a criticare tutto e tutti con la tipica cattiveria dei professorini di primo pelo, io pensai, insieme a Guido Alpa e a Paolo Zatti, che erano maturi i tempi per tentare di formare ciò che i nostri maestri, autorevolissimi caposcuola, non avevano voluto o potuto realizzare, forse per reciproca rivalità, o per orgoglio, o per superbia, o forse solo per pigrizia: un Circolo non più soltanto veneziano, bensì di più ampio respiro geografico, e dunque di dimensione nazionale. Coinvolgemmo nuovi colleghi considerati di alto profilo scientifico, della nostra generazione, e poi di quelle successive, di tutte le principali sedi universitarie della penisola e delle isole. Paolo Zatti disegnò il saggio e sapiente I primi passi della Associazione Civilisti Italiani.docx gufetto e così, dotata del suo simbolo, nacque la Associazione civilisti italiani.
2.- Fissammo i tratti caratterizzanti della neonata Associazione.
a) In primo luogo, ad essa potevano partecipare solo professori ordinari.
b) L'Associazione doveva mantenere la fisionomia originaria del Circolo, del Club di amici, prima ancora che di colleghi. Siccome gli ordinari delle precedenti generazioni non avevano voluto o potuto dar vita a un'associazione di categoria (come era accaduto per le altre discipline giuridiche), si ritenne logico cooptare solo colleghi della nostra generazione e poi di quelle successive.
c) Tra i soci doveva regnare, e in realtà ha regnato per tanti anni, una sintonia, uno spirito di squadra, un'intesa, una gioia nello stare insieme, che ha cementato i nostri rapporti e che, nel mondo universitario, ha rappresentato qualcosa di unico.
d) Di conseguenza l'ingresso di nuovi soci era subordinato a un sistema rigoroso e ferreo di gradimento. L'ammissione era decisa con voto segreto ed erano sufficienti tre "palle nere" nell'urna (cioè tre voti contrari) per impedire l'ingresso nel Club dell'aspirante. L'astensione, infatti, esprime indifferenza, ma il voto contrario (la palla nera depositata consapevolmente nell'urna) disvela manifesta ostilità. Come accade in tutti i circoli chiusi (es.: Circolo dell'Unione, Circolo della caccia, Accade mia dei Lincei), l'ingresso di nuovi soci qualificati dalla loro fama scientifica recava lustro all'Associazione, altre volte il nuovo socio lo riceveva per il solo fatto di esservi stato ammesso.
e) I soci condividevano un comune senso di fastidio nei confronti delle scelte compiute dal legislatore di quei tempi. Invece di adottare il modello Pavia, Oxford, Cambridge, MIT, ecc., cioè di potenziare le storiche università, svecchiandole, modernizzandole, dotandole di tutte le più efficienti strutture al servizio degli studenti e dei professori (campus, biblioteche, housing sociale, collegi con posti gratuiti per gli studenti capaci e meritevoli non I primi passi della Associazione Civilisti Italiani.docx abbienti, aule tecnologicamente attrezzate, servizi adeguati, campi sportivi, ecc.), il mondo politico finì per adottare il modello opposto: la proliferazione delle sedi universitarie. Si trattava di una crescita meramente quantitativa, senza pretese di qualità, con prospettive, a tutti i livelli, inevitabilmente al ribasso. Una delle tante conseguenze negative di quella scelta demagogica fu la necessità di reclutare una grande quantità di docenti, anche privi di quella garanzia che il titolo della libera docenza (frettolosamente abolita) comunque e pur sempre assicurava.
f) L'Associazione considerava suo compito, e anzi suo dovere morale, porsi al servizio dei giovani e, prima di tutto, dei giovani studiosi di valore. Per questo istituì, se così si può dire, una sorta di "libera docenza associativa". I giovani allievi dei soci, non se nza apprensione o timore, presentavano la loro monografia, o i loro saggi, a tutta l'Associazione appositamente riunita in una sessione speciale. I soci ponevano al candidato domande di chiarimento, richieste di approfondimento, proposte di sviluppo verso diverse prospettive, critiche o elogi, e così via, e il candidato era contento di poter esporre i frutti del suo lavoro a un pubblico ristretto ma qualificato ed era fiero, e grato per sempre, quando superava questo duro certamen scientifico.
g) Corollario de ll'impegno dell'Associazione verso i giovani allievi meritevoli fu il sostegno convinto e corale che veniva loro assicurato nei diversi passaggi accademici. Si trattava in sostanza di emanciparsi, di prendere gradualmente e garbatamente le distanze dalla l ogica tradizionale delle Scuole e di adottare, come unico criterio di selezione, quello del merito scientifico e della qualità della persona, secondo il giudizio associativo condiviso.
h) Tra gli impegni associativi non ultimo era la cura del versante esterno , vale a dire i rapporti con le altre associazioni di discipline giuridiche e con le Istituzioni. L'Associazione, attraverso incontri, seminari, convegni di risonanza nazionale e attraverso contatti diretti, ha cercato di far sentire la sua voce e di manifestare il suo punto di vista intorno a tanti temi importanti. Si pensi, in un lungo I primi passi della Associazione Civilisti Italiani.docx elenco, ai temi della riforma della successione necessaria, della filiazione, della tutela delle fragilità, degli enti non profit, dei danni non patrimoniali, dell'abuso del diritto, della responsabilità medica, dell'autonomia privata e così via. L'Associazione ha in fine coltivato, con continuità e con impegno generoso, anche grazie a circostanze fortunate, i rapporti con l'Avvocatura nazionale, e altresì con l'Ordine dei notai e con i livelli più alti della Magistratura.
i) Va da sé che l'amicizia, la coesione, il pi acere dell'appartenenza, anche in ambito associativo, andavano sempre coltivati, con cura e con costanza. Il modo migliore per cementare e per accrescere lo spirito associativo non poteva essere se non quello di svilupparlo attorno a iniziative comuni nel campo scientifico. In questa prospettiva ne furono avviate diverse. Alcune hanno avuto una vita breve, anche se non effimera, altre sono durate per decenni e ancora oggi dimostrano una indubbia vitalità. Ricordo che rimasi affascinato dalla Rivista francese Droit. Essa faceva il punto, con periodicità semestrale, su temi di pura teoria generale e di grande respiro. Ad esempio: L'autonomia privata. Quale è lo stato di salute dell'autonomia privata nel campo delle successioni mortis causa, o nel campo dei diritti reali? Cercai di proporre qualcosa di simile in Italia, coinvolgendo soprattutto gli amici della Associazione e, grazie alla Cedam, nacque Antologia. Furono pubblicati diversi volumi su tematiche assai ampie. L'editore, tuttavia, aveva la necessità almeno di rientrare nei costi, e allora impose la presenza di rassegne di giurisprudenza, addirittura di formulari per sedurre il mondo dei pratici, allontan ando sempre di più Antologia dalla sua idea originaria di dottrina "pura" del diritto privato. Più fortuna ebbero il Commentario del codice civile a cura di Alpa e ludica per i tipi della UTET; la Nuova giurisprudenza civile commentata, guidata sapientemen te da Paolo Zatti e da Guido Alpa, per i tipi della Cedam; la rivista Responsabilità civile e previdenza, rinnovata nella sua direzione e redazione dopo la scomparsa di Gianguido Scalfi, e il Trattato di diritto privato, edito da Giuffrè, a cura mia e di Zatti.
3. - L'idea di dar vita a una associazione nell'area della civilistica, con l'andare del tempo, non rimase isolata e confinata alla Civilisti italiani. Fu creata la SISDIC, aperta non solo ai professori universitari di ruolo, ma anche ai professori associati, agli assistenti, ai ricercatori, ai notai, agli avvocati, ai magistrati, agli operatori giuridici in generale. Alcuni membri della nostra Associazione, soprattutto tra i più giovani, furono sedotti dalle indovinate iniziative della SISDIC e ritennero opportuno iscriversi anche a quella nuova realtà associativa. Quando poi fu costituita la UP, la Unione Privatisti, altri, con una buona dose di disinvoltura, si iscrissero a tutte e tre le associazioni. Anche il contesto normativo riguardante l'Università e i percorsi accademici erano nel frattempo mutati. Avvertii allora, non senza malinconia, che l'antico orgoglio dell'appartenenza esclusiva, che era tipico dello "stato nascente" della nostra Associazione, era in qualche misura scemato, era disceso a compromessi. Avvertii, anzi avvertimmo, che era giunto il momento di ripensare il ruolo dell'Associazione, del suo Statuto, delle sue regole, delle sue attività, delle sue iniziative, nel nuovo contesto in cui si era venuta a trovare e a confrontarsi. Nel 2014, avvenne il "passaggio delle consegne" da me a Guido Alpa, che assunse con coraggio il difficile compito di traghettare l'Associazione nei tempi nuovi.


